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La psicologia della fatica

07.05.2026


C’è un momento, in ogni prestazione che valga davvero qualcosa, in cui la voce nella testa smette di incoraggiarti e comincia a trattare.

Rallenta un po’. Tanto hai già dato tutto.” 

“Non cambierà niente.”

Quella voce la conosco bene. L’ho sentita in mezzo all’Atlantico, l’ho sentita correndo attraverso gli Stati Uniti, e l’ho sentita in ogni spedizione in cui il corpo mi mandava segnali chiari e io tentavo di ignorarli – o di dargli ragione troppo presto.

La domanda non è se quella voce arriverà anche per te. Perchè, prima o poi arriverà.
La domanda è: cosa farai quando arriverà?

La fatica non è solo fisica

Quello che la scienza dello sport ha chiarito negli ultimi decenni è che la fatica non è un evento puramente muscolare. È un evento neurologico, emotivo, interpretativo. Il modello del Central Governor (Governatore Centrale), proposto dal fisiologo Timothy Noakes, suggerisce che il cervello regola la performance molto prima che il corpo raggiunga i suoi limiti reali, non per proteggerci dall’impossibile, ma spesso per tenerci lontani dal difficile.

In altre parole: ci fermiamo prima di dover davvero fermarci.

Questo non significa che la fatica sia falsa o che il dolore vada ignorato. Significa che esiste uno spazio, seppure piccolo, tra il segnale che arriva e la risposta che diamo. E in quello spazio si gioca una parte enorme della prestazione.

Ascoltare non significa cedere

Uno degli errori più comuni che vedo negli atleti che seguo è trattare la voce interiore come un nemico da silenziare. Ma quella voce, spesso, sta cercando di dirti qualcosa di utile: hai bisogno di acqua, il ritmo è troppo alto, stai gestendo male l’energia. Combatterla a testa bassa consuma risorse che potresti usare per correre, remare, pedalare.

La strategia più efficace non è spegnere il segnale. È imparare a distinguere tra il segnale vero, quello che protegge, e il rumore di fondo, quello che si limita a difendere lo status quo e a tenerti nel comfort.

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Come si fa? Si inizia riconoscendo che la voce c’è. Non ignorandola, non amplificandola. Solo notandola, come si nota il vento che cambia direzione. E poi chiedendosi: questa voce mi sta dicendo qualcosa di reale, o mi sta semplicemente chiedendo di smettere perché è difficile?

Il momento della crepa

C’è un punto specifico in ogni prestazione intensa in cui si apre quello che in psicologia dello sport viene chiamato il crack point — il momento in cui inizi a contrattare con te stesso. 

Solo fino al prossimo chilometro. 

Solo ancora cinque minuti.

Quel momento non è la fine. È, paradossalmente, l’inizio della parte più interessante. Perché è lì che si decide chi sei davvero come atleta e, in fondo, come persona. Non quando tutto va bene. Quando tutto dice di fermarsi e tu trovi un motivo per non farlo.

Una delle strategie più semplici e più efficaci che utilizzo con gli atleti che seguo è questa: quando arriva il momento della crepa, non decidere subito. Prima fai qualcos’altro. Conta fino a dieci. Concentrati sul passo successivo, uno solo. Ripeti il tuo mantra (un mantra è una frase breve, personale che produce una reazione vera quando la dici a te stesso nei momenti difficili) poi, se vuoi ancora fermarti, fermati.

Nella maggior parte dei casi, non vorrai più fermarti.

Allenare la sofferenza

La preparazione mentale alla fatica funziona come la preparazione fisica: si periodizza, si progredisce, si recupera. Non ha senso trasformare ogni allenamento in una battaglia di sopravvivenza. Il cervello, come il corpo, ha bisogno di recuperare. Ma inserire intenzionalmente nel proprio piano di allenamento momenti in cui ci si espone al disagio (remare in una cantina buia fissando un muro di cemento, correre sotto la pioggia, allenarsi senza musica e senza stimoli, e più in generale allenarsi in condizioni sub-ottimali) è uno degli strumenti più efficaci per alzare la soglia di tolleranza alla frustrazione.

Gli stoici lo chiamavano premeditatio malorum: esporsi volontariamente all’avversità mentre si è ancora al sicuro, per non trovarsi impreparati quando l’avversità arriva senza preavviso. Duemilaquattrocento anni dopo, la psicologia dello sport dice la stessa cosa con un linguaggio diverso.

La mente sotto pressione atmosferica

C’è un tipo di sofferenza su cui si parla poco: quella causata dalle condizioni esterne. Il freddo, il vento, la pioggia, il caldo torrido. La tentazione è cercare di ignorarle, di fare finta che non ci siano.

Non funziona.

La strategia più solida è accettare quello che non puoi controllare e ricordare che le condizioni sono uguali per tutti. Poi, nel limite del possibile, allenati in quelle stesse condizioni; non per abituarti al disagio, ma per togliere all’ambiente il potere di sorprenderti. L’imprevisto che hai già vissuto non fa più paura allo stesso modo.

Quando arriva il momento della crepa, non decidere subito. Prima fai qualcos'altro. Conta fino a dieci.

Alex Bellini

Quello che ho imparato remando

In sette mesi di traversata atlantica, (e dieci di quella pacifica) la fatica fisica era una costante. Ma quello che mi logorò davvero non fu il corpo, fu la mente nei giorni in cui non succedeva niente. I giorni piatti, senza vento, senza progresso visibile, senza un segnale che le cose si stessero muovendo.

In quei giorni ho capito che la sofferenza più difficile da gestire non è quella acuta ma quella sorda, monotona, che non ti dà un nemico chiaro da combattere. Quella che ti convince piano piano che continuare non ha senso.

L’unica cosa che funzionava, in quei momenti, era ridurre il campo visivo. Non pensare all’oceano. Non pensare a quante miglia mancavano. Pensare alla prossima remata. Solo quella e basta. 

Restringere il focus al momento presente non è una tecnica spirituale, ma una strategia concreta di gestione delle risorse cognitive. Quando la mente si proietta troppo avanti, si esaurisce prima del corpo. Quando rimane qui, riesce ad accompagnarlo fino in fondo.

Da dove iniziare

Se vuoi iniziare a lavorare sulla tua capacità di gestire la fatica e la pressione, non serve stravolgere il tuo allenamento. Bastano tre cose:

  1. Un mantra personale. Non una frase motivazionale generica, ma una che produce una reazione vera quando la dici a te stesso nel momento peggiore. La mia per molto tempo è stata “Avanti, bastardo!”
  2. Una pratica regolare di esposizione al disagio, anche piccola, come per esempio una sessione alla settimana in cui non cerchi il comfort, ma lo eviti deliberatamente.
  3. L’abitudine di osservare la voce interna senza identificarti con essa, ma riconoscerla, chiederle cosa vuole, e poi decidere tu cosa fare.

Se vuoi lavorare in modo strutturato sul tuo mental game, ho raccolto vent’anni di esperienza in prima persona nel videocorso Mente Vincente — un percorso pratico per sviluppare le competenze mentali che fanno la differenza nei momenti decisivi.

La mente è l’ultimo campo di gara. Ed è l’unico su cui hai il controllo totale.