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Resilienza: chi raddrizza davvero la barca?

26.09.2025


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Ho incontrato la resilienza un giorno di marzo di circa vent’anni fa. Nell’oceano Atlantico, durante la mia traversata a remi in solitaria, mi trovai a vivere una delle prove più dure della mia vita. Dopo sei mesi dalla partenza da Genova, per ragioni che non sto qui a raccontare, rimasi senza cibo. Per settimane avevo tentato di chiedere aiuto alle navi che di tanto in tanto comparivano all’orizzonte, ma a parte una nave greca che mi fornì provviste sufficienti appena per un giorno e mezzo, non ebbi altra fortuna.

In quel momento, il mio obiettivo non era più raggiungere il Brasile, ma semplicemente mettermi in salvo su un piccolo arcipelago che la mia squadra di terra mi aveva indicato. Distava un centinaio di chilometri. Cinque giorni di remi senza cibo, con le forze che calavano e la mente che vacillava. Ogni colpo di remo era una lotta con il corpo e con il pensiero.

Ripetevo a me stesso come un mantra: “O remi o muori.” Ogni giorno, tra stanchezza e dolore, scoprivo che i limiti non sono mai solo fisici, ma prima di tutto mentali. E quando finalmente approdai all’arcipelago di São Pedro e São Paulo, esausto ma vivo, ero convinto di aver compreso cosa fosse la resilienza: la forza individuale di rialzarsi, di non mollare, di resistere all’impossibile.

Ripetevo a me stesso come un mantra: “O remi o muori.”
Ogni giorno, tra stanchezza e dolore, scoprivo che i limiti non sono mai solo fisici, ma prima di tutto mentali.

Alex Bellini

Eppure oggi, a distanza di vent’anni, so che quella era solo una parte della verità.

La scorsa settimana sono tornato a Quarto, lo stesso luogo da cui ero partito allora, e ho incontrato le persone che all’epoca componevano la mia squadra di terra. È stato un pranzo bellissimo, emozionante, un tempo di ricordi e di aneddoti. Molti di quei racconti mettevano in luce il ruolo strategico della mia squadra: anche quando io non lo percepivo, erano loro a creare le condizioni perché io potessi continuare ad andare avanti.

Questo incontro mi ha portato a riflettere di nuovo sul significato della parola resilienza, che etimologicamente rimanda alla capacità di risalire su una barca rovesciata dalle onde. Per lungo tempo ho creduto che quel gesto — l’atto di aggrapparsi, la volontà di rialzarsi, la determinazione ad andare avanti nonostante tutto — fosse un atto esclusivamente individuale, frutto della sola volontà personale.

Alba nell’oceano

Momenti prima di partire da Quarto io, Silvano Piana (destra) Roger (alla mia sinistra) e Stafano (centro) discutiamo di qualche dettaglio

Ma oggi, grazie a loro, so che la resilienza non è mai soltanto un gesto solitario. Come ricorda la psicologa Anne Masten: «Ogni singola capacità che possediamo e ogni risorsa che abbiamo è sempre il risultato delle nostre interazioni con l’ambiente.» Ogni volta che la mia barca si capovolgeva, non erano soltanto le mie mani a raddrizzarla: erano la loro voce, la loro presenza, la loro fiducia che mi permettevano di ritrovare equilibrio e direzione.

Resilienza, dunque, non è soltanto la mia forza, ma la forza che nasce dall’incontro con gli altri, dall’intreccio invisibile di legami, circostanze e presenze che ci sostengono anche quando crediamo di essere soli.

Come ricorda il monaco buddhista Thich Nhat Hanh: «Pensiamo alla nostra identità personale, al nostro Io. Se togliamo tutte le circostanze esterne vissute, le persone che ci hanno generato e cresciuto, gli incontri che ci hanno influenzato, gli oggetti con cui abbiamo interagito… nulla di ciò che siamo, del nostro corpo e della nostra mente, sarebbe possibile.»

E allora ti lascio con una domanda: quante volte nella tua vita hai creduto che un risultato fosse frutto esclusivo della tua forza individuale, mentre in realtà era l’esito di un intreccio di mani, voci e presenze che ti hanno reso ciò che sei oggi?
E soprattutto: ti sei mai preso il tempo di ringraziarli per questo?