Ogni edizione dei Giochi Olimpici consegna storie emblematiche: storie di successi e di sconfitte amare.
Quelle di Milano Cortina verranno probabilmente ricordate per almeno quattro eventi: la prima medaglia d’oro ai Giochi Invernali per il Brasile, la squalifica dell’atleta ucraino dello skeleton, l’incidente di Lindsey Vonn e il suicidio sportivo di Ilia Malinin.
Chi non ha seguito la finale maschile di pattinaggio di figura del 13 febbraio si è perso qualcosa di raro, ma soprattutto di estremamente istruttivo: il crollo inatteso, quasi inspiegabile, dell’atleta più atteso. Ilia Malinin ha 21 anni, è americano, è il campione del mondo in carica e, per usare parole semplici, appartiene a un’altra categoria. Non perdeva da due anni. Era imbattuto da quattordici competizioni consecutive. Era il favorito indiscusso, il dominatore annunciato.
E invece, in finale è imploso sotto il peso della pressione. Salti incompleti, due cadute nette sul ghiaccio. Una prestazione irriconoscibile. Non gli veniva chiesto di stupire, ma semplicemente di amministrare un vantaggio evidente. Non serviva essere Terminator, bastava restare lucido. E invece si è consumato quello che, sportivamente parlando, ha il sapore di un suicidio.
Al termine del programma libero, Malinin ha chiuso all’ottavo posto con 264,49 punti. Un risultato in aperta contraddizione con la sua traiettoria recente. Verso la fine ha eseguito il suo iconico salto mortale all’indietro, ma ormai non era più lui a dominare il programma: era il programma ad aver preso il sopravvento su di lui.
Ed è proprio questo che rende la sua caduta così significativa. Non per l’errore in sé, ma per ciò che rivela: nello sport, la linea che separa il dominio dal crollo è infinitamente più sottile di quanto siamo disposti a credere.
Nello sport, la linea che separa il dominio dal crollo è infinitamente più sottile di quanto siamo disposti a credere.
Alex Bellini
Ho provato a capire cosa fosse successo davvero. Non limitandomi a guardare la prestazione, ma leggendo le sue parole, ascoltando le sue interviste e ricostruendo il contesto. Perché crolli come questo indicano qualcosa che va oltre l’errore tecnico: indicano il punto esatto in cui l’identità smette di sostenere la performance e inizia a ostacolarla.
1) Il primo elemento è il più evidente, e proprio per questo il più pericoloso: Ilia Malinin non era uno dei favoriti. Era il favorito. Il vincitore designato. E questo cambia completamente la natura della gara. Non pattini più per vincere, ma pattini per non perdere. La posta in gioco quindi è difendere un’identità che tutti ti hanno già assegnato.
2) Il secondo aspetto fondamentale è che non era una gara qualunque: erano le Olimpiadi. Lo ha detto lui stesso: “Non è come nessun’altra competizione… la pressione… mi ha sopraffatto e ho sentito di non avere il controllo.” Questa frase è già una diagnosi. Non parla di tecnica, né di preparazione. Parla di controllo, o meglio, della sua perdita.
3) Pochi giorni prima aveva già vinto l’oro nella gara a squadre. E si potrebbe pensare che questo alleggerisca la pressione. In realtà accade il contrario. Il successo non libera. Il successo obbliga e trasforma l’aspettativa in responsabilità. Con un oro al collo non devi più dimostrare che puoi vincere: devi dimostrare che sei quello che tutti credono tu sia cioè il più grande.
4) Le sue stesse parole raccontano cosa stava accadendo dentro di lui. Ha detto di essere stato “tormentato da pensieri negativi.” A quel livello, la performance non viene costruita coscientemente. È automatica. È il risultato di migliaia di ripetizioni che si eseguono senza pensiero. Ma i pensieri negativi introducono rumore, interferiscono.
5) In un altro momento ha detto: “Non riesco a elaborare quello che è appena successo. Mi sono sentito sopraffatto.” Essere sopraffatti non è un problema tecnico. È un sovraccarico cognitivo. È la mente che entra dove dovrebbe esserci solo il gesto. E lui stesso lo ha riconosciuto. Gli errori, ha detto, erano “sicuramente mentali.”
6) Anche il comportamento in gara lo conferma. I quadrupli, che per lui sono ormai routine, sono diventati tripli. I tripli sono diventati salti più semplici. Questo non accade quando perdi la capacità, ma quando perdi l’accesso alla capacità. Cioè il gesto tecnico è ancora lì, a disposizione da qualche parte nel tuo corpo, ma ma qualcosa blocca il collegamento tra immaginare e fare.
7) A quel punto, però, non era più solo Ilia Malinin. Era diventato il “Quad God” cioè il quadruplo d’oro. E quando l’identità si fonde con la performance, ogni errore smette di essere un evento tecnico e diventa una minaccia esistenziale.
8) In passato aveva descritto così il suo stato ideale: “Quando parte la musica, entro semplicemente in uno stato di flow.” Il flow è assenza di interferenza. È il gesto che accade senza supervisione. Ma dopo la finale il linguaggio era diverso. Non parlava di flow. Parlava di “pensieri negativi” e di “assenza di controllo.” Il crollo prestativo, prima di tutto, è questo. Non la perdita della capacità. Ma la perdita del controllo percepito. E quando il controllo sembra svanire, anche ciò che sai fare da sempre diventa improvvisamente irraggiungibile.
Si potrebbe scrivere ancora molto su questa prestazione. Non solo perché ci ricorda quanto umani siano anche gli “alieni”, ma perché rivela un paradosso più profondo: il paradosso della massima prestazione. Più cerchi di afferrarla, più ti sfugge.
Ed è forse questa la lezione più importante: non su come vincere, ma su quanto sia fragile ciò che chiamiamo controllo. Perché ciò che distingue i campioni non è l’assenza di vulnerabilità, ma la loro capacità di rientrare in sé stessi senza perdere fiducia. Quello che mi auguro è che Malinin torni da Milano con questa consapevolezza: non per lavorare sulla sua tecnica – quella non è mai stata il problema – ma per lavorare sulla qualità della sua presenza. Perché il prossimo salto non dipenderà da quanto è capace, ma da quanto sarà disposto a fidarsi di nuovo di sé stesso.