C’è una domanda che torna spesso quando mi immagino un futuro in cui tutto funziona, una di quelle domande che costringono a fermarsi a pensare:
che cosa resta della felicità quando i problemi sono stati risolti?
Immaginatevi, cioè di vivere in un futuro, più o meno lontano da oggi, in cui la progressiva riduzione dello sforzo necessario per ottenere risultati… ha reso possibile ottenere qualunque cosa senza fatica.
Che effetto vi fa?
Ecco, in quel momento secondo me emergerà una questione finora rimasta in secondo piano, coperta dall’entusiasmo e dell’eccitazione:
che senso ha la vita?
La cosa che mi chiedo è che cosa renderà degna, desiderabile e non vuota, una vita quando non servirà più lottare per sopravvivere, curarsi, produrre, difendersi, o migliorare? E in che modo cambieranno i nostri criteri di valore quando verranno meno gli attriti che li hanno modellati?
Non era la fatica in sé a rendere l’esperienza significativa. Era il fatto che ogni problema chiedeva una risposta. E che quella risposta dipendeva da me, da noi.
Alex Bellini
Istintivamente siamo portati a pensare che quello sia il traguardo, il frutto del progresso, giusto? Un mondo senza attrito, senza fatica, senza ostacoli. Ma se provo a guardarlo da vicino, quel mondo mi appare… stranamente vuoto. Non perché manchi il piacere, ma perché manca qualcosa che gli dia spessore.
Riporto tutto ad esempi personali, okay? Durante il viaggio in Alaska, ci siamo trovati ogni giorno di fronte a problemi tipo una tempesta da aggirare, una camera d’aria che si buca o una decisione da prendere quando le energie sono al minimo. Problemi che, a prima vista, sembrerebbero banali, e che nessuno, da fuori, definirebbe “necessari”. Eppure è lì, in quella sequenza continua di difficoltà, che ho sentito nascere una forma di appagamento profondo che standomene a casa non avrei percepito.
Non era la fatica in sé a rendere l’esperienza significativa. Era il fatto che ogni problema chiedeva una risposta. E che quella risposta dipendeva da me, da noi.
Dal mio corpo, dalla mia attenzione, dalla mia capacità di osservare, di adattarci. Dalla nostra capacità, mia e di Alessandro, di fare squadra, tenerci per mano e attraversare la tempesta. Alla fine della giornata non ero felice perché tutto era andato liscio, ma perché qualcosa aveva fatto attrito, e noi avevamo trovato il modo di attraversarlo e uscirne vivi.
Questo tipo di esperienza mi ha portato a ragionare sul fatto che forse – dico forse, mi do il beneficio del dubbio – la felicità non è l’assenza di problemi, ma il loro superamento. Forse ciò che rende una vita degna e desiderabile non è un mondo perfettamente risolto, ma un mondo che oppone una certa resistenza. Una resistenza sufficiente a costringerci a scegliere, a misurarci, a tenderci verso la soluzione. A sentire che il nostro contributo conta davvero. Ecco.
In Alaska nessuno mi aveva tolto i problemi. Anzi, diciamo le cose come stanno: siamo andati in Alaska per sottoporci, di nostra iniziativa, a problemi che non trovavamo nella vita quotidiana. Intuivamo già che quella era la via per ricevere in cambio soddisfazione e appagamento.
Un rifugio di fortuna in una notte freddissima
Esposti al vento, ci muoviamo verso White Mountain
Ma in un mondo dove tutto è già risolto, invece, il rischio è che anche noi diventiamo ridondanti. Che le nostre azioni smettano di fare la differenza. Che la vita scorra liscia, sì, ma senza attrito, e quindi senza profondità.
Non sto idealizzando la sofferenza né la scarsità. So bene quanto siano reali e ingiuste. Ma credo che, se mai arriveremo a un punto in cui le grandi urgenze saranno state risolte, dovremo porci una domanda scomoda: che tipo di problemi vogliamo ancora affrontare? Perché senza problemi non c’è orientamento. Senza orientamento non c’è senso. E senza senso, anche la felicità rischia di diventare una superficie liscia, senza presa.
Quindi se la riuscita della civiltà moderna condurrà a una condizione nuova, un’epoca in cui mancherà la necessità di fare qualcosa per ottenere qualcos’altro, lasciandoci davanti a una libertà che assomiglierà a un deserto, come soddisferemo il bisogno di ruolo, la necessità di emozioni come l’incanto o la percezione di stare davanti a qualcosa di misterioso e più grande di noi, dove troveremo motivazione che regga nel tempo e orienti la nostra vita?
Sono domande da prendere sul serio perchè se risolvere il mondo dai problemi che lo affliggono ora è possibile, dobbiamo anche imparare a vivere in ciò che resta quando il mondo sarà risolto.
E allora forse, davanti a un mondo finalmente risolto e al vuoto che ne consegue, l’ultima vera difesa rimasta sarà l’avventura: l’atto volontario di crearci problemi che valgano la pena di essere risolti.
20.02.2026
Quando non è più tuo, non puoi vincere: la storia di Alysa Liu
# Mindset