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Io sono dinamite

02.12.2025


Nelle ultime pagine prima di sprofondare nella follia Nietzsche scriveva: “Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme – una crisi, quale mai si era vista sulla Terra, la più profonda collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono dinamite”.

Con quella auto-definizione – “Io sono dinamite” – Nietzsche esprimeva la consapevolezza della propria eccezionalità e del carattere rivoluzionario del suo pensiero e sottolineava l’impatto distruttivo, ma anche creativo della sua filosofia, intesa come una forza che scuote le fondamenta della cultura e del pensiero consolidato.

La prima volta che lessi Nietzsche fu al largo della Spagna, nel 2005, poche decine di miglia dal luogo del naufragio del 2004. Un luogo a cui sono legato a doppio filo: lì qualcosa era finito e qualcosa, improvvisamente, era cominciato. Ricordo che quella frase mi colpì molto, non tanto perché ne comprendessi fino in fondo la portata filosofica, ma perché in qualche modo parlava anche di me. E credo, in fondo, che parlava di ciascuno di noi. Siamo tutti fatti di dinamite, di una materia esplosiva che, se ignorata o repressa, può distruggere ciò che abbiamo intorno. Se, al contrario, viene compresa e canalizzata, ha un enorme potenziale creativo. Ecco perché il lavoro più urgente che possiamo fare è scoprire quanto esplosivo abbiamo dentro, dove si nasconde e come usarlo nel modo migliore. È un lavoro che riguarda le parti più profonde e irrazionali di noi che attraversa il mondo delle emozioni, delle passioni, ma anche delle ombre; quegli stessi mondi da cui, in buona parte, dipende la nostra felicità.

“Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme – una crisi, quale mai si era vista sulla Terra, la più profonda collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono dinamite”.

Friedrich Nietzsche

Per me questo lavoro interiore ha preso la forma dell’esplorazione, ma ricordo un tempo in cui invece quella dinamite era pronta ad esplodermi tra le mani. Nei primi anni dopo le suole superiori frequentai la facoltà di Scienze Bancarie a Milano. Non so chi o casa pensassi di essere, ma è evidente che ero una persona molto diversa da quella che poi sono diventato. Ricordo quegli anni con esterna lucidità perché erano gli anni immediatamente successivi alla perdita di mia madre, e in casa stavamo ancora cercando un nuovo equilibrio. Senza voler mancare di rispetto a mio padre, che fece di tutto per sostenerci e guidarci, eravamo rimasti senza un capitano. Io e mia sorella dovemmo crescere in fretta. Da un lato costruire, come potevamo, la nostra vita; dall’altro sostenere mio padre nell’attività di ristorazione di famiglia, proprio mentre lui affrontava un dolore che, col senno di poi, credo abbia pagato più di tutti noi.

La scelta di iscrivermi alla facoltà di Economia non nacque da una vera inclinazione personale. Anzi, tutt’altro fu il risultato dell’incapacità di ascoltare le mie inclinazioni. Seguii il percorso più facile e scontato, quello che molti neo-diplomati in ragioneria percorrevano. Inizialmente questo percorso non mi richiese alcuno sforzo, navigavo in acque molto calme, tra un esame ed un altro, in compagnia di altri naufraghi che il mare della vita aveva fatto approdare sulla stessa riva. Ma quando si è naufraghi in tanti, è difficile riconoscere la propria condizione: tutto sembra, in fondo, normale. Ci vollero anni perché capissi che di normale, in quella deriva, non c’era proprio nulla. Intanto qualcosa stava cambiando. Ma la vita, come spesso accade, tramò per me. Un giorno di primavera del 2000, quasi per gioco, inviai la mia candidatura al Camel Trophy — una delle competizioni-avventura più iconiche degli anni ’80 e ’90, in cui equipaggi da tutto il mondo attraversavano territori estremi del pianeta. La squadra italiana stava cercando di formare un nuovo equipaggio per l’edizione del 2001.E invece, dopo alcune settimane, arrivò una lettera in cui mi invitavano a partecipare alle selezioni nazionali. Chi avrebbe mai detto che quell’esperienza potesse cambiare così radicalmente il corso della mia vita. La dinamite, per il momento, restava al sicuro.

Aprica (2004)

Torniamo alla citazione di Nietzsche. Sono convinto che il suo intento non fosse avviare una rivoluzione sociale o politica, quanto piuttosto provocare una rivoluzione interiore: rendere gli uomini non solo “liberi da”, ma soprattutto “liberi di”.
Liberi di cosa, esattamente? Forse – citando una frase attribuita al poeta greco Pindaro – liberi di “diventare ciò che sei” che significa riconoscere le proprie qualità, accogliere i propri limiti e imparare a far emergere ciò che ci rende unici. In un mondo che ci invita continuamente a essere qualcosa di diverso, applicare il messaggio pindarico significa recuperare la propria autenticità e coerenza interiore imparando a distinguere ciò che vogliamo da ciò che gli altri desiderano o si aspettano per noi. Ognuno cammina su un sentiero diverso, e guardare troppo ai percorsi altrui rischia di farci perdere la bussola. Unito all’ammonimento di Delfi – “Conosci te stesso” –  questo messaggio diventa promemoria potente di quanto  serva un lavoro di auto-conoscenza per scoprire la propria vera natura, la propria “dinamite”, e imparare a incanalarla nelle azioni quotidiane. È un cammino che inevitabilmente richiede coraggio, perché da naufraghi si diventa navigatori, ma restituisce libertà, equilibrio e un senso molto più profondo di realizzazione.

 

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